Itinerario ecologico ed agrituristico di Piano Liguori - Monte
Vezzi - Torre
L'itinerario che ci accingiamo a percorrere ha una tipica connotazione
agro- silvana, svolgendosi interamente sul monte Vezzi ( m 398
), una collina sulle cui dorsali trovano posto, anche nei tratti
più scoscesi, splendidi vigneti inframmezzati da rigogliosi cedui
di castagno e da ristrette aree a vegetazione arbustiva con la
tipica stratificazione della " Macchia Mediterranea ".
Dopo la disastrosa eruzione ( Fiaiano 1302 ) la gente tornò sull'isola
cercando nuovi insediamenti rurali lontano dal corso di lava che
si era formato a valle di ischia. Nel 1397 la zona collinare del
comune di ischia è già un ridente borgo attivamente coltivato
a vigneto e conosciuto col nome di Monte di Campagnano. Partiamo
quindi da Campagnano, ridente e tranquillo borgo rurale, famoso
per i suoi schietti e sobri vini bianchi e la rinomanza della
sua semplice cucina di origine contadina. Giunti sulla piazzetta,
dopo aver ammirato l'artistica facciata a ceramiche della chiesa
dell'Annunziata, eretta agli inizi del 1600 a spese e per devozione
degli abitanti della zona per ringraziare la Madonna dello scampato
pericolo causato da un tremendo terremoto ( 1559 ) che aveva distrutto
completamente la vecchia chiesa parrocchiale, ci avviamo per la
strada che conduce verso l'uscita del paese. Percorsi circa 50
metri, incontriamo un bivio sulla sinistra, riconoscibile da una
croce metallica, ricordo di una missione dei padri Passionisti.
Ci avviamo per questa strada; fiancheggiata da casette bianche,
ben tenute, cinte da orti e giardini sapientemente coltivati.
Man mano che avanziamo incomincia a delinearsi allo sguardo, volgendoci
verso sinistra, lo splendido panorama collinare della parte centrale
dell' isola, a degradare dal monte Epomeo al monte Trippodi, al
Montagnone, al borgo di Fiaiano con la sua pineta, il " bosco
dei conti ", fino alla " Costa del lenzuolo ". Dalla stessa posizione,
quasi volgendosi indietro, in primo piano si nota il promontorio
di " Casa Curci ". Percorsi altri 20 metri circa, incontriamo
un bivio alla cui confluenza è posto un tipico altarino di campagna,
dedicato alla Vergine SS. Senza indugi, anche perchè un tantino
incuriositi da quello che promette di offrire la passeggiata,
prendiamo la strada a sinistra, delimitata da antiche " parracine
" ancora ben tenute e stabili create appoggiando le une sulle
altre pietre laviche o tufacee, senza l'impiego di malta, tappezzate
da una miriade di piante erbacee tra cui, in ogni stagione, qualcuna
è sempre gaiamente fiorita. Dopo pochi passi ci troviamo a dover
affrontare un tratto di strada piuttosto ripido, pavimentato di
recente: sul lato a monte spicca, sul costone di lapillo dal profilo
variamente colorato, una folta vegetazione di querce, lecci, castagni
ed eriche, con intricati viluppi di caprifogli.
Di tanto in tanto,
volgendo lo sguardo verso destra, si possono notare bellissimi
scorci panoramici del Porto di ischia e della parte montagnosa
dell' Isola. Terminato il tratto carrabile, ritroviamo l'originaria
strada conformata a gradoni di pietra lavica lavorata. In questo
primo tratto si possono notare alcuni vigneti ad altissime controspalliere,
costituiti ancora da antichi ceppi di origine pre-fillosserica
( E' interessante notare che la strada che stiamo percorrendo
fu così sistemata nell' ultimo dopoguerra, dai cosidetti " cantieri
scuola ", finanziati dallo Stato, che utilizzavano maestranze
locali in un periodo di forte crisi economica ed elevatissima
disoccupazione. Le pietre venivano cavate dalla stessa montagna,
nella sua parte più alta, sul versante nord-occidentale ). Percorsi
circa un centinaio di metri in un tratto quasi del tutto nascosto
alla vista panoramica, ci si può affacciare, sulla destra, su
di un boschetto di querce, acacie, lecci e castagni.
A destra e sinistra si notano due ben inseriti gruppi di pini
domestici: sullo sfondo lo sguardo coglie la vista mirabile del
porto. In questa zona, proseguendo verso monte, è possibile ammirare
un notevole profilo geologico con piroclastiti di diversa consistenza
e dai colori vivaci e contrastanti. Incominciano a comparire ed
essere più frequenti formazioni di " mortella " ( mirto ) e rosolanie
( cisti ). Siamo immersi nella parte boscosa di Monte Vezzi, geologicamente
una cupola esogena con caratteristiche simili al promontorio di
S. Pancrazio, formatosi circa 130.000 anni fa. Dal punto di vista
ambientale è caratterizzato dalla presenza di castagneti e macchia
mediterranea le cui essenze presentano fioritura pressochè continua
nel corso dell'anno. Un particolare interessante è la presenza
numerosa dell'acacia ( Acacia dealbata ), specie non autoctona,
che fu usata verso la fine del secolo scorso per rimboschire e
consolidare le pendici della montagna, dopo una grave alluvione
che colpì tutta l'isola di ischia. Superato un tratto molto ripido
con un'ansa a destra ci sporgiamo su di una piccola terrazza naturale,
da cui si può ammirare un panorama più ampio che va dal Porto
fin quasi ad ischia Ponte e, sul versante opposto, il borgo di
Piedimonte fino a Buonopane e Serrara.
Sotto di noi e sulla sinistra, la cima del Monte Vezzi con le
pendici ricoperte di castagneti. Ripreso il cammino, il sentiero
diventa sconnesso a causa del frequente passaggio dei muli che
trasportano verso valle il vino di " Piano Liguori " nei vecchi
e robusti barili di legno. ( Evidentemente le pietre qui usate
per la costruzione del selciato erano più tenere e friabili ).
Più avanti scorgiamo alcune grotte scavate nel lapillo e nel tufo,
usate all'occorrenza dai viandanti per ripararsi da piogge improvvise.
Il sentiero diventa angusto e ancora più sconnesso. Terminato
questo tratto in salita, ci ritroviamo su di una piccola piazzola
pianeggiante verso valle protetta da una ringhiera metallica.
Facciamo una meritata sosta per riprendere fiato e affrontare
con rinnovato entusiasmo la restante parte del percorso. Già si
incominciano a intravedere quelle vigne sapientemente curate e
coltivate che hanno reso famoso nel mondo il vino di ischia. Continuiamo
per il sentiero ancora sconnesso e, dopo aver attraversato un
tratto quasi buio segnato dalla presenza di alcuni svettanti pioppi
( arule ), ci ritroviamo ad un bivio caratterizzato dalla presenza
di una croce in ferro battuto ( " roce e chiane luore " = croce
di Piano Liguori ). Prendiamo il sentiero a sinistra, il quale
fatti pochi passi si triforca, prendiamo ancora a sinistra per
un sentiero stretto, circondato da terreni intensivamente coltivati
a vigneto e consociati, stagione dopo stagione, alle più tipiche
colture erbacee meridionali. Di tanto in tanto si incontrano contadini
intenti ai più svariati lavori di campo: siamo meravigliati e
piacevolmente sorpresi dalla loro allegria e dal grande senso
di ospitalità, estrinsecato costantemente dall'invito a bere un
bicchiere di vino nelle tipiche cantine sotterranee scavate nel
grigio terreno tufaceo ( maschione). Percorsi circa 100 metri
incrociamo una tipica casa contadina dall'architettura semplice
ed essenziale. Ci portiamo sull'aia da cui si gode uno splendido
panorama che va dall'isola Azzurra ( Capri ) fino alla penisola
Sorrentina. Continuiamo la nostra passeggiata superando due bivii
che affrontiamo sempre sulla sinistra. Notiamo in questo tratto
alcune fosse per la raccolta dell'acqua piovana, ricavate ai lati
del sentiero, utili ai contadini sia per limitare i danni delle
acque di pioggia ruscellanti, sia per tesaurizzare per il periodo
estivo.
Percorriamo
ora, sempre tra splendidi vigneti, un sentiero strettissimo che
mena ad un tratto pianeggiante: percorsi alcuni metri ci fermiamo
per una breve sosta e, voltandoci indietro, possiamo ammirare
nel suo insieme il paesaggio agricolo di Piano Liguori e Casa
Trani. Dopo breve cammino svoltiamo sulla sinistra, tra i vigneti
e costeggiamo un piccolo rustico di campagna per ritrovarci in
poco tempo in un fitto boschetto di acacie e castagni ( " fore
è cuoste = Fuori alle coste ); proseguiamo fra la fitta vegetazione,
verso destra, per l'unico sentiero esistente Dopo poco ci ritroviamo
in una radura dalla quale, più sorpresi che mai, possiamo ammirare
una vista panoramica veramente unica. Lo sguardo può infatti spaziare
da Nord a Sud, da S.Angelo fino al Porto di ischia fino a dominare
quasi interamente il territorio di questo comune. Poco oltre,
tra la fustaia di castagno, si staglia maestoso il castello di
ischia ed, in secondo piano, l'isolotto di Vivara, Procida e tutto
il golfo di Napoli. Quindi i castagni si diradano e ci ritroviamo
in un bel piano panoramicissimo, incolto vi si notano infatti,
qua e là, solo pochi e sparuti salici. E' il posto ideale per
una meritata sosta ristoratrice e per godere contemporaneamente
la vista di Capri e della penisola Sorrentina verso Oriente e
di ischia verso Occidente. Ripreso il cammino, dopo circa una
ventina di metri ci ritroviamo ad un bivio che decidiamo di affrontare
a destra, per ritrovarci vicino ad una vecchia casa colonica,
circondata da vigneti e da alberi di querce. Dopo uno sguardo
al panorama, sempre interessante e dopo aver magari raccolto alcuni
mazzetti di anemoni selvatici, di narcisi o di profumatissime
violette, o rami di mirto ed erica in fiore ( dipende dalla stagione
) ritorniamo sui nostri passi per ripercorrere il sentiero prima
lasciato. Sotto i castagni si intravede una fitta e rigogliosa
vegetazione di pungitopo dalle rosse e ornamentali bacche, le
cui fronde raccogliamo volentieri quale cimelio a ricordo della
piacevole passeggiata.
Il panorama è sempre più bello e vasto: sotto di noi la cittadina
di Campagnano, vista quasi come da una veduta area. Incontriamo,
poco oltre, due bivii che affrontiamo rispettivamente a destra
ed a sinistra. Scendiamo sempre dritto, tra i castagni, mentre
avvertiamo sempre più distintamente le forti e genuine fraganze
provenienti dal sottobosco. Ora appare alla nostra vista, ben
delineata, la sagoma di un'antica costruzione che è facile osservare
dal Porto, da qualsiasi posizione, guardando verso l'alto. Ci
avviamo verso di essa incuriositi, percorrendo un sentiero ripido
e tortuoso scavato nel terreno pozzolanico, a guisa di una pista
da " bob ". Notiamo ancora piante di castagno, nonchè alcune tipiche
cantine scavate nel " maschione " e qualche fosso per i conigli
ormai abbandonato. Affrontiamo a destra le varie ramificazioni
del sentiero, per giungere alla costruzione; questa si presenta
tozza ed essenziale e non ha l'aspetto di una abitazione, ma piuttosto
di una torre di osservazione, costruita appositamente, crediamo,
per poter osservare efficaciemente il mare tutt'intorno alle coste
di ischia. Sui lati che guardano verso mare la costruzione non
presenta finestre, ma solo piccole feritoie longitudinali. Sul
lato posteriore si può notare la presenza, al disotto del piano
di campagna, di una grande cisterna per la raccolta dell'acqua
piovana e sul lato destro, esternamente, i resti di un vecchio
tipico lavatoio ( è probabile che il nome " Fuori la Torre " con
cui viene designata questa località, sia dovuta proprio alla presenza
di questa costruzione di torre di avvistamento ). E' certo che
da questa posizione abbiamo osservato il più bel panorama del
golfo di Napoli. Ritorniamo indietro per ripercorrere l'originario
sentiero il quale, ripido, mena deciso verso valle. Prendendo
sempre a sinistra, dopo un tratto abbastanza scosceso, ci ritroviamo
in un budello dalle cui pareti si articolano contorti ceppi di
quercia, di erica e olmi e un superbo esemplare arborescente di
edera. Lasciato questo stretto corridoio e superato un bivio sulla
sinistra, veniamo a trovarci su di un piccolo promontorio da cui
si domina, tutt'intorno, la bassa macchia costituita da ginestre,
eriche e mirti, inframmezzati qua e là da basse querce e da cespugli
di valeriana rossa ( in fiore ininterrottamente da aprile a ottobre
).
Da qui ci sembra di poter toccare con mano il Castello aragonese
e gli scogli di S.Anna. E' certo che il cacciatore di immagini,
armato di reflex e rollini, con questa passeggiata ha fatto numerose
e ottime prede! Siamo ormai quasi alla fine della nostra fatica,
ritroviamo infatti una vecchia strada selciata che attraversa
di nuovo vigneti ormai a noi familiarissimi. Percorsi quasi un
centinaio di metri incontriamo un piccolo nucleo di casette contadine,
caratteristiche per i "piennu1e 'e pannumarole" ( trecce di pomodori
) appesi ai portici o, in estate, per i fichi messi a seccare
al sole sulle cosiddette " nasselle " di ginestre torte e intrecciate.
Siamo stanchi, ma felici dopo aver fatto un bagno salutare nella
natura di ischia e aver incontrato volti sinceri e ospitali di
contadini che vivono ogni giorno l'esperienza che noi oggi per
la prima volta abbiamo vissuto. Siamo giunti sulla via Torre,
un attimo di riposo ci coglie adagiati alla ringhiera metallica
che cinge la strada; un ultimo sguardo al panorama, poi ci avviamo
decisi verso Campagnano. Stiamo già pensando alla prossima passeggiata,
mentre è fermo il proposito di rifare quella appena conclusa:
…… anche questi sono miracoli della natura! L'agricoltura di Piano
Liguori e delle zone ad esso vicine, quali " Grotta di terra "
, Pignatiello, Pietra piana, ecc. , ha radici e tradizioni assai
remote. Essa si identifica quasi interamente, o almeno in maniera
determinante, con la viticoltura, alla quale conquistò nel passato,
quando l'isola viveva esclusivamente di agricoltura e di pesca,
anche i più piccoli fazzoletti di terreno, in qualsiasi posto
essi si trovassero, anche in quelli più impervi e difficili. Oggi,
ma ancor più nel passato, l'integrazione nello sfruttamento armonico
delle risorse del territorio è pressochè totale e perfetta: la
coltivazione del castagno, esaltata da condizioni pedoclimatiche
ottimali è, ad esempio, finalizzata esclusivamente alla produzione
di pali per la costituzione e il rinnovo delle controspalliere
dei vigneti. Infatti in tutta la zona non esiste nessun castagneto
da frutto. La stessa logica del resto presiede alla coltivazione
della canna ( arundo donax ) e dei salici ( salix sp ), anche
se questi ultimi limitatamente alle parti marginali di ogni singolo
fondo. Le stesse sistemazioni superficiali dei terreni non hanno
prodotto stravolgimenti eclatanti nella conformazione e nell'equilibrio
morfogeologico del territorio, adattandosi in maniera fedele alle
sue emergenze.
I ciglionamenti in questa zona sono la regola, mancando quasi
del tutto le pietre per la costruzione delle parracine, salvo
che in ristrettissime aree. Il tipo di terreno, abbastanza consistente,
pozzolanico, ha favorito l'affermazione di questo tipo sistematorio.
La mancanza quasi assoluta di pietre e terreno lapilloso, nel
passato ha condizionato fortemente la costruzione delle case rurali
e delle strutture di vinificazione. Cantine, cellai e stalle venivano
scavate nel tufo ad una certa profondità, per incontrare strati
più compatti e coerenti di materiale tufaceo ( maschione ). Per
le case si era invece costretti al trasporto di pietre e lapillo
anche da zone molto lontane, per la realizzazione sia delle mura
che delle volte o " Lampie ". Ricordiamo pure che numerose grotte
venivano scavate a scopo fertilizzante, ossia per prelevare terreno
più ricco di elementi nutritivi minerali per le piante, in strati
profondi non esplorati dalle radici delle piante. Tale pratica
veniva denominata come " Fare la terra nuova sulle viti ", ed
è stata abbandonata con l'avvento dei moderni fertilizzanti minerali
naturali o di sintesi. Fino a 50-60 anni fa, quando i fondi rustici
non erano molto polverizzati e frammentati come lo sono attualmente,
esistevano vigneti veramente notevoli per estensione e livello
di organizzazione interna, con presenza di 3 o anche 4 cantine
per ogni singolo fondo. In alcune cantine abbandonate si possono
ancora ammirare file di 8- lO e più enormi fusti di legno ( vetture
) della capacità variabile dai 2000 ai 3000 litri, testimonianza
della produttività e del grado di intensità colturale che nel
passato caratterizzavano questi terreni. Se la vite la fa da padrona,
altre colture hanno pur esse una certa importanza, specialmente
oggi ai pochi coltivatori rimasti, per integrare il modesto reddito
prodotto dalla vendita del vino. Coltivazioni quali quella del
carciofo in primis e poi di fave, piselli, pomodori per il mercato
fresco, hanno raggiunto una notevole importanza in tal senso per
il loro elevato livello qualitativo che li rende oltremodo graditi
ai consumatori. Sporadici, anche se alcune iniziative sono lodevoli,
i tentativi di coltivazione di fruttiferi quali melo, pero, pesco
e albicocco. Una eccezione è rappresentata dal fico, presente
un po' in tutti i fondi, anche se marginalmente; un tempo serviva
principalmente per la produzione di fichi secchi, importante riserva
energetica per il periodo invernale, oggi destinati al mercato
fresco in estate, spuntano a volte prezzi favorevolissimi. E'
in realtà un'agricoltura difficile, a costi elevati, ma sostanzialmente
pulita o meglio " biologica ", come adesso si ama dire.
Tuttavia l'amore dei coltivatori locali per la terra è più grande
delle difficoltà e della tentazione di abbandonarla. Del resto
Piano Liguori e le colline ad esso circostanti rappresentano per
il comune di ischia la sola zona veramente importante dal punto
di vista agricolo, oltre che ecologico e ambientale. La " flora
" di Piano Liguori e di Monte Vezzi è quella caratteristica della
zona climatica del castagno e della roverella; tuttavia le diversificazioni
sia nella composizione floristica sia nell'habitus delle singole
specie, nonchè la loro importanza relativa sono molteplici, perchè
tali sono le condizioni microclimatiche ed ecologiche rinvenibili
in tutta la zona. Semplicemente possiamo distinguere la " zona
degli arboreti di origine antropica " ( castagneti ed acaceti
), la zona a " macchia arbustiva spontanea ", la zona degli "
incolti e delle rupi " ( vigneti e arboreti da frutto ). La prima
e l'ultima zona sono le più importanti in quanto ad estensione,
ma certamente in importanza floritica. Il castagno ( Castanea
sativa) e l' acacia ( Acacia de albata ) prevalgono, occupando
quasi tutte le quote, sul versante Nord-Occidentale della montagna,
laddove la pendenza eccessiva non ha permesso in alcun modo la
coltivazione della vite. La fittezza dei cedui ed il loro governo
periodico non hanno permesso l'affermarsi di altre specie arboree
o arbustive se non ai loro margini. L'attuale livello " climax
" vede la presenza quasi generalizzata di frutici e arbusti ombrofili,
quali l'asparago selvatico, il pungitopo, la smilace, il rovo,
l'edera e, nelle zone più rade, il mirto, la rosa canina, il biancospino,
il nespolo germanico ecc., nonchè alcune iridacee e liliacee tra
cui alcune, come il comune Iris germanica ( giaggiolo ), chiaramente
sfuggite alla coltivazione. In alcuni canaloni più umidi e ombrosi
si possono rinvenire interessanti stazioni di felci ( Pteris longifolia
), mentre sotto i castagneti già da febbraio e comunque fino a
maggio sono da osservare veri e propri prati di viole comuni,
ciclamini e anemoni in fiore. La seconda zona, quella a macchia
arbustiva spontanea, è certamente la più interessante. Essa è
dominata da roverelle, eriche, ginestre, mirti, lecci nonchè da
alcuni arbusti lianosi quali il caprifoglio, la smilace, il rovo,
ecc. Sia nella zona del castagno che in quella a macchia, in autunno
dopo le prime piogge, possono trovarsi funghi eduli quali boleti
( boletus edulis e simili ), amanita buona ( amanita cesarea ),
piopperelli ( pleurotus ostreatus ), chiodini ( armilaria mellea
) ed altri. Nella terza zona, quella dei terreni incolti e delle
rupi, nelle zone più marginali e pericolose, prevalgono le graminacee
rupestri ( festuche, brachipodii, falaridi ), il rosmarino selvatico,
gli elicrisi marini, i cisti, le agavi, i fichi d'India quali
specie coltivate spontaneizzate, gli olivastri, qualche rado lentisco
e alaterno, nonchè numerose specie erbacee annuali quali la fasolaia
( psoralea bituminosa), il lupino e la rughetta selvatica, i soffioni,
ecc. Facili e comuni sono anche numerose erbacee perenni quali
alcune liliacee come l'Aglio selvatico e l'edule e medicinale
" cappellaccio " ( o lampacione ) ( Muscari sp), la felce comune
( Pteris aquilmum ), entrambe diffusissime nei terreni abbandonati
dall'agricoltura. La cannuccia la si ritrova spesso anche lungo
i cigli delle terrazze coltivate e, con i suoi lunghi intricati
rizomi, contribuisce a impedire i crolli e gli smottamenti del
terreno. Nella zona dei vigneti la flora spontanea la si può osservare
unicamente sui cigli delle terrazze e sulle parracine. Essa è
molto varia e rappresentata soprattutto da specie erbacee annuali
o perenni che, in sostanza, sono le medesime, tranne qualche eccezione,
già citate per la precedente zona è rimarchevole il fatto comunque
che l'uomo opera in continuazione un'attenta selezione su questi
cigli cercando di far prevalere buone essenze foraggere spontanee
specialmente graminacee e leguminose da utilizzare per l'alimentazione
del coniglio allevato negli antichi fossi o nelle più moderne
gabbie ( Un tempo i cigli, o " poie ", erano soggetti pur essi
a coltivazione, per lo più a piselli, o ceci e lenticchie, con
semina a postarella, sfruttando la loro tendenza naturale a procombere
). Ricordiamo, per finire, che in epoche diverse si possono raccogliere
viole, anemoni e ciclamini ( fine inverno-primavera), valeriane
rosse, lupini selvatici, fasolaie, ginestre e ginestrini (fine
primavera-estate), rosmarini selvatici, garofani, narcisi, verbene
e gerbere selvatiche ( in primavera e autunno ). Altri non citati
possono essere facilmente individuati e riconosciuti dall'esperto
o dall'amatore. Si raccomanda di non cedere alla tentazione di
raccogliere fiori che, seppur belli, enucleati dal loro contesto
perderebbero quasi tutto il loro fascino selvaggio. Questo è forse
uno dei pochi e concreti atti di amore che si può avere nei confronti
della natura. La
fauna della zona di cui ci stiamo occupando, almeno quella più
appariscente costituita da mammiferi, rettili e uccelli non è
molto complessa; tuttavia sono da mettere in risalto alcune presenze
particolari e notevoli. E' il caso ad es. del coniglio selvatico
che, introdotto alcuni decenni orsono in limitate aree a scopo
venatorio, si è rapidamente impossessato del territorio, allargando
progressivamente la sua presenza. Oggi lo si ritrova un po' dappertutto,
fin quasi ai terreni di pianura. Pur cacciato intensamente, per
la sua straordinaria prolificità e per l'assenza completa di predatori
specifici ( tranne il biacco e il ratto che possono predare i
coniglietti appena nati ), negli ultimi anni sta arrecando danni
sempre più numerosi ai seminativi e, non di rado, anche ai giovani
vigneti di cui in primavera divora i teneri getti apicali. E'
un coniglio di piccola taglia, dal pelo grigio e dal corpo tozzo
con orecchie cortissime. Raramente sono stati catturati esemplari
di colore o taglia diversa: presumibilmente, quando ciò è avvenuto,
per accoppiamenti casuali con conigli allevati nei fossi o da
questi scappati. Da qualche anno è stata notata la presenza, specialmente
nelle zone più impervie, di gatti inselvatichiti che hanno dato
luogo a gruppi autonomi che vivono cacciando rettili e piccoli
roditori e spostandosi attivamente da un posto all'altro. Nei
boschi di castagno e nella macchia è comune il topo campagnolo
( apodemus sylvaticus ) che si nutre di castagne, ghiande, nocciole
e, in mancanza, di cortecce di giovani polloni di piante silvane.
Tra i rettili, comunissimo è il " biacco " ( Coluber viriflavus
) che spesso, durante l'estate, nelle giornate più calde e secche,
rimane intrappolato nelle vasche usate dai contadini per la preparazione
della poltiglia bordolese, e nelle quali cade accidentalmente
o si riversa spontaneamente alla ricerca di acqua, restando poi
spesso vittime della ignoranza e dei pregiudizi dell'uomo. Animali
schivi ed innocui, questi rettili, unitamente ad altri animali,
quali tra gli uccelli i rapaci notturni ( civetta, gufo, barbagianni
) anch'essi presenti nei nostri boschi, sono fondamentali agenti
di equilibrio ambientale, contribuendo a contenere efficaciemente
specie notoriamente dannose all'uomo e all'agricoltura, come ad
es. roditori ed insetti. Nelle zone descritte, in autunno ed in
primavera, è facile osservare l'elegante volteggio di alcuni rapaci
falconiformi quali il " nibbio " e lo " sparviero ". Sembra certo
che ancora oggi alcune specie di falchi, come ad es. il " falco
pescatore ", nidificano sulle coste di S.Pancrazio, della Scarrupata
e delle " Petrelle ", e sono molto invisi dai cacciatori perchè
in primavera, al passaggio delle quaglie, questi rapaci ne catturano
diversi esemplari per la loro nutrizione o per quella della loro
probabile prole. Molti anni fa addirittura c'era chi si calava
con le corde lungo i costoni di roccia per catturare i piccoli
dei falchi dentro i nidi, approfittando dell'assenza dei genitori.
L'appassionato di ornitologia potrà, avendo la ventura di passeggiare
per Piano Liguori in primavera, osservare il passaggio di numerosi
migratori, grossi e piccoli, che spesso invadono letteralmente
i vigneti del posto. Stesso dicasi per i naturalisti o gli appassionati
di entomologia in un ambiente sostanzialmente sano e ricco di
vegetazione non mancano, nelle giornate assolate e calme, farfalle
multicolori le più disparate e insetti dalle forme e dai colori
strani che l'occhio esperto sa individuare e riconoscere, mentre
al visitatore comune infondono sentimenti di tranquillità e gaiezza.
Di Piano Liguori, cosi come del resto delle zone vicine, è da
salvare sopratutto l'integrità ambientale e l'attuale equilibrio
tra sfruttamento agricolo e risorse naturali. Non ci sembra proponibile
in tal senso ad es. la costruzione di strade: portare dei mezzi
meccanici in quella zona rappresenterebbe l'inizio della fine
di quanto l' uomo ha faticosamente conquistato adattandosi e integrandosi
con la natura. Sarebbe anche la fine dell'identità culturale e
sociale di chi in quelle terre ci vive e ci lavora. Certo, salire
e scendere, trasportare merci e prodotti da e per la zona, nelle
attuali condizioni, è estremamente difficile e disagevole, ma
la costruzione di una strada sarebbe un rimedio peggiore del male.
Meglio, molto meglio, la costruzione di funivie o teleferiche
e magari di vinodotti per il trasporto a valle dell' ottimo vino
e degli altri prodotti della terra. E' ancora da salvare il patrimonio
architettonico delle antiche case rurali e delle cantine, costruite
in maniera sobria ed essenziale, esclusivamente con materiali
locali e con tecniche particolarissime: la mancanza di cemento
imponeva, ad es., l'uso esclusivo di malta calcica e conseguentemente
di tempi lunghissimi per l'elevazione delle mura, per evitare
che le stesse crollassero durante la costruzione. E' da salvare
ancora e sopratutto il patrimonio di tradizioni e di cultura contadina
proprie delle operose genti di quei luoghi: l'arte di allevare
i conigli nei fossi, l' arte di regimare le acque ruscellanti
deviandole lungo le viottole e nelle conche scavate direttamente
nel terreno tufaceo, l'arte di mantenere integra la superficie
delle terrazze consolidando i cigli e le scarpate erbose e ancora
l'arte legata alla produzione, alla manutenzione e gestione di
antichi attrezzi e strumenti per la vinificazione e la lavorazione
del terreno. Salvare tutto questo dal dilagare del consumismo
significa conservare alle future generazioni una memoria tangibile
di quanto intensamente e come hanno vissuto i loro padri.
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immagini itinerari: Mediateca Communications
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